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...NEGLI OCCHI DI UN ALTRO.

Ieri, alle 17.30, ho visto la morte negli occhi.

Non nei miei, ma forse è anche peggio.

L’ho vista in quelli  di un ragazzino di sedici o diciassette anni, che mi è caduto davanti con il suo motorino.
Stava superando una fila ferma, come fanno sempre i ragazzini col motorino, completamente contromano. Io venivo dalla parte opposta, su una strada larga cinque metri, fiancheggiata da alberi su una banchina erbosa, di terra battuta.

Via Aurelia Antica, per chi conosce Roma.

Si è spaventato, rendendosi conto che non ce l’avrebbe fatta a rientrare, ha frenato e la moto gli si è girata: è caduto di traverso, lungo lungo davanti alle ruote della mia Lancia K. Ho visto il suo viso alzarsi da terra, e guardare inorridito milleottocento chili di ferro blu notte che gli venivano addosso.

O la va o la spacca, mi sono buttato fuori strada, arrampicandomi con due ruote su per la banchina inclinata in contropendenza, tra alberi e canne, e sono riuscito a raddrizzare in pochi metri, rientrando sull’asfalto senza cappottare, e senza nemmeno sfiorare il ragazzino.

Altro che prova dell’alce.


Mi sono fermato, sono sceso mentre lui si rialzava. Mi è venuto incontro, e ci siamo abbracciati stretti stretti, come padre e figlio che non si rivedono da anni. Mi ha detto “mi ha salvato la vita, voglio sapere come si chiama”. Gli ho risposto “non importa, sono il padre di un figlio che ha la tua età”.


L’ho aiutato a tirare su il motorino, mentre intorno la gente, tutta ferma, guardava in un silenzio impressionante.

Nessuno ha parlato, nessuno ha suonato.


Poi ce ne siamo andati, io verso il centro e lui verso l’Aurelia.


Non ho guardato nemmeno nello specchietto, tanto quel viso glabro e infantile, pieno di terrore, sul quale la barba ha rischiato di non crescere mai,  non me lo dimenticherò finchè campo.

Pubblicato il 30/3/2007 alle 17.5 nella rubrica Diario.

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